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Questo e’ un post parecchio personale, per cui ignorabilissimo.
Scrivo in stato confusionale.
Di ritorno dal pronto soccorso dove mi hanno messo un punto in testa e medicato il braccio dopo una rissa di strada con un pezzo di merda che un mese fa ha aperto la faccia a mio figlio con un pugno datogli proprio qui dentro casa, e stamattina lo apettava fuori da scuola. Lui mi ha telefonato, cosi’ io sono corso sul posto e come sono arrivato siamo passati alle mani. Il risultato della rissa e’ irrilevante, le ferite hanno rilevanza solo legale, dato che non mi sono fatto male, e ho cercato di non farne a sto bambino che non sapevo ancora bene se avesse 17 o 18 anni.
Questa intera storia e’ triste e orrenda (e’ successo tutto due ore fa) e mi sento male, schiacciato tra l’essere orrendamente deluso di me stesso, e la rabbia per una violenza che si infiltra e incunea nella vita delle persone, e della quale si finisce per essere bersagli, bersagli cosi’ confusi su come evitare i colpi al punto da non sapere come reagire, e spesso reagendo male.
Difficile ora ragionare, difficile frenare il cervello che continua a tornare ai fatti di sabato e alle contraddizioni di cui non abbiamo fatto che parlare, leggere e scrivere. Non ho fatto che condannare gli scontri, pur dichiarando di non essere un non-violento, e come se l’avessi chiamata ecco la prima “rissa di strada” che mi capita da anni a questa parte. Mi vergogno di me, perche’ ora penso che la cosa si sarebbe potuta gestire diversamente. Mi vergogno perche’ penso che nonostante tutto l’addestramento all’aggressivita’ ricevuto da ragazzo ma che ho cercato di sostituire negli anni con l’autoaddestramento alla mediazione, alla diplomazia, alla comprensione, abbia preso il sopravvento per alcuni secondi, sufficienti perche’ mi accapigliassi con quel teppista invece di alzare le mani e dirgli “menami pure se vuoi, ma io e te ora parliamo”.
La storia parte da lontano, e dal fatto che essere maschi e adolescenti e’ meno facile di quanto non si creda.
Io sono stato fortunato. Ho avuto la fortuna di avere un’adolescenza dove il mio ruolo non era di torturato, ero uno di quelli che aiutava i torturati, ero uno che organizzava le persone in modo che ci potessimo difendere a vicenda, erano anni in cui si faceva tanta politica e nonostante questi teppisti fossero (e siano) fascistamente apolitici, non era un problema trovare qualche compagno o compagna dispost* a darti una mano.
Purtroppo oggi e’ piu’ difficile, e non e’ necessario nascere in zone o citta’ poverissime per essere giovani maschi torturati. basta che ti capiti la sfortuna di avere nel quartiere un teppista un po’ piu’ matto degli altri, uno che decide che la zona e’ la sua riserva di caccia e mena chiunque lo guardi, anzi chiunque non abbassi lo sguardo al suo passaggio, uno che non ha nulla da perdere e che e’ matto abbastanza da non fermarsi davanti a denunce ne’ gruppi piu’ numerosi. Basta questo perche’ ti tocchi passare gli anni piu’ importanti della tua crescita guardandoti le spalle, perche’ ti vengono a prendere fuori scuola, perche’ ti umiliano davanti ai tuoi amici e alle tue amiche, perche’ ti aspettano sotto casa, e perche’ se ti incrociano da qualche parte ti menano, ridono, ti levano quello che hai, e ti avvertono, anzi si assicurano che tu sappia, che torneranno e lo rifaranno. Ridono, lo adorano, controllarti, dominarti, farti avere paura, abusare. Li chiamiamo bulli, un termine che semplifica, una scorciatoia, per comunicare un concetto orribile, una parola che spiega atroci sofferenze che cambiano le persone, e le spingono in direzioni innaturali, verso la paura, la deferenza, la distanza dalle situazioni di tensione, verso l’omerta’, o al contrario spingono a mettersi un coltello in tasca, spingono ad iscriversi a una palestra, spingono a vomitare dalla rabbia e dalla frustrazione e spingono a sognare di torturare i corpi dei torturatori. E spesso, per difenderti, ti spingono a diventare torturatore.
C’e’ tanto in mezzo a questi due estremi. Ci sono io per esempio, con la mia unicita’, il tentativo di uscire dai binari dei generi e tanti altri binari piu’ o meno visibili. Io che vengo da una famiglia violenta e bugiarda e che ho scelto di essere l’uomo che sono, che ho lottato per capire la mia rabbia, per organizzarla in qualcosa di utile, qualcosa che controllo io, e che non controlla me. E per fortuna, come me ci sono tante altre persone.
Ma oggi non ce l’ho fatta, e questa bella unicita’ me la sono dimenticata abbastanza a lungo per rievocare e utilizzare il linguaggio schifoso del machismo. Non so bene perche’ ho agito in maniera cosi’ stupida (e la mente mi torna alla stupidita’ di cui ho accusato centinaia di persone sabato), quando sono arrivato davanti alla scuola ho avuto la netta sensazione che questa persona, questo ragazzino, fosse li’ per ferirmi, fosse li’ per ferire tutte le cose in cui credo, e aveva gia’ ferito mio figlio (7 punti sul sopracciglio) e ora lo aspettava da un’ora fuori dalla scuola per dargliene ancora… solo perche’ puo’ farlo. Questo e’ importante, non c’e’ nessun motivo, neppure di piccola rilevanza per cui questo ragazzo ha preso di mira mio figlio, che anzi lo ospitava a casa seppure di malavoglia fino all’episodio di un mese fa.
Cosi’, quando mi ha chiamato dicendomi che era bloccato dentro la scuola, ho lasciato il lavoro e sono corso. E non appena sono arrivato li’ mi trovo sto ragazzo alto e ossuto, agile e feroce, che con l’aria di sfida e di quello che e’ pronto a saltarmi addosso mi dice “ecco, bravo, vieni vieni…” e mi fa cenno con la mano di seguirlo fuori dalla vista della gente. Perche’, si’, c’era un capannello di 100 persone, insegnanti compres*, dietro le inferriate della scuola, che guardavano la scena senza intervenire. Nessun* si e’ offert* di scortare mio figlio o di uscire e cacciare questo teppista, si sono limitat* a tenerlo dietro le sbarre, dove queste 100 persone erano “al sicuro” dalla bestia feroce in attesa _fuori_ dalla gabbia.
Quando sono arrivato e ho visto la scena appena descritta, e questa merda umana che mi sfidava a seguirlo “di dietro”, ho capito/colto/pensato che questo essere non mi avrebbe mai ascoltato, non avrebbe capito una parola, che l’unica legge che conosce e’ quella del piu’ forte, che per lui a quel punto era fondamentale imporla anche a me, preda grossa, perche’ gli sarebbe valsa tanto onore nel branco dopo. Cosi’ anziche’ avvicinarmi a mani alzate mi sono avvicinato a mani basse, l’ho preso per il bavero (errore errore errore) e come ho fatto questo gesto quello ha reagito cominciando (per quel che gli era possibile) a sferrare cazzotti ottenendo solo di farmi volare gli occhiali perche’, ahime’, come scritto sopra, non sono nuovo a queste cose. Seguono 3 minuti buoni in cui io, con molta energia, lo blocco e cerco di renderlo inoffensivo, e questo, sorprendentemente forte cerca di divincolarsi in tutti i modi. Quando finalmente lo schiaccio al muro, non avendo alcuna intenzione di arrendersi o calmarsi mi morde il braccio dove mi lascera’ il segno dei denti che mi vale una visita al reparto “malattie infettive”. E’ quando finalmente lo tengo fermo contro la cancellata che ci dividono aiutandosi con le parole “sta arrivando la polizia, fermi” (che invece arrivera’ 10 minuti piu’ tardi), e quello continua a dire che sono finito, segnato, che suo padre (noto teppista a sua volta pare) mi verra’ a cercare e sono quindi morto, che ho osato toccare un ragazzino e sono una merda, un vigliacco. Ma siccome non e’ affatto soddisfatto, e vede che la mia carica aggressiva si e’ smorzata (per fortuna) continua a cercare di avvicinarsi a me nonostante i pochi presenti che non si nascondono dietro il cancello, con scarsissima convizione, cerchino di mettersi fra noi. Io, probabilmente gia’ consapevole che al di la’ del fatto che forse non sarei stato ascoltato non potevo certo vantarmi di averci provato, comincio a dirgli che voglio parlare, e lui mi invita invece solamente ad andare dietro alla scuola cosi’ da poter continuare l’alterco a modo suo. Ci vado, e cerco di parlare, e lui PROVA ad ascoltare, ma a meta’ di ogni frase digrigna i denti e mi mette una mano sulla faccia dicendomi che me la spacca, che mi ammazza e che sono finito. Continuo a cercare di parlare, lui SEMBRA voler parlare a sua volta, ma non riesce a trattenere la voglia di colpirmi, cosi’ mi aggredisce di nuovo, e lo devo bloccare ancora. Lentamente, intervengono altre persone, ci separano di nuovo, ci dicono che arriva la polizia e di andarsene, ma io non voglio andarmene. Se ho fatto qualcosa di male, se ho picchiato un minorenne (tra l’altro di fronte a cento testimoni) voglio essere li’ a dirlo e a prendermene la resopnsabilita’. Cosi’ torno davanti alla scuola, lui mi segue e nonostante tutto non ce la fa a calmarsi, torna con un bastone e pur tenendolo a distanza la lunghezza del bastone gli permette di colpirmi in testa e aprirmi il taglio che richiedera’ una sutura al pronto soccorso. Una belva. Di nuovo nessuno intorno a noi ha i mezzi per separarci, cosi’ tutto quello che succede e’ tra me e lui, compresa questa nuova fase in cui prendo una bastonata e ricomincia a cercare di colpirmi in faccia. Le merdate che ho imparato alla sua eta’ sono sufficienti perche’ non riesca a farmi male in alcun modo (il sangue non vuol dire che ti sei fatto male), ma la conslazione e’ magrissima. Mi sento una merda. A quel punto accorrono alcuni suoi amici urlando che mo’ fanno una strage e che spaccano tutto, quando la realta’ e’ che soprprendentemente questi sono assai piu’ ragionevoli, quindi bastano poche parole per farli entrare in “modalita’ mediazione”, e questo fa si’ che finalmente, complice la polizia che sta arrivando davvero, il tizio venga portato via non senza aver gridato ancora che siamo finiti e che ci verranno a prendere che tanto sanno dove abitiamo (verissimo).
I carabinieri arrivano. Prendono dati, si fanno raccontare, sembrano comprensivi di quello che e’ successo, credo per via del fatto che la preside della scuola si prende la briga di spiegargli i fatti e apparentemente, e con mia sorpresa, nessun* sembra particolarmente turbat* dalla differenza d’eta’ o dal fatto che questo ragazzo (salta fuori) abbia 17 anni.
Le persone presenti mi fanno notare che perdo sangue dalla testa e mi scende nella maglietta, e i miei occhiali sono per terra da qualche parti, spaccati. Mi invitano ad andare al pronto soccorso per il referto e a fare denuncia.
Faccio la prima cosa, non ho ancora fatto la seconda.
Uno non puo’ scrivere come ho scritto solo due giorni fa “ODIO LA POLIZIA” e poi correre da loro perche’ tutelino la mia sicurezza.
Allo stesso tempo, non solo io non sono in grado di tutelare la mia sicurezza e quella di mio figlio (dal teppista si’, dalla sua banda intera molto meno), ma non sporgendo denuncia sento di star facendo un torto alla comunita’, a tutti gli altri ragazzi che continueranno a essere torturati da questa merda umana, e a tutte le donne o uomini (o entrambe) che ho il forte timore questo schifo d’uomo stuprera’.
Ecco che tutte le belle parole, tutte le cose a lungo teorizzate su violenza e nonviolenza, su diplomazia e potere della parola, su autotutela o delega della stessa agli odiati poliziotti, su rifiuto del machismo e condanna dei rigurgiti dello stesso, si fondono in un orrendo calderone dal quale al momento mi sento inghiottito.
Il mio microdramma di oggi (rispetto a chi e’ ricattat*, gambizzat*, uccis*, stuprat*) e’ niente, ma mi costringe a fermarmi lungo il personale percorso di crescita in chiave etica che stavo facendo, e a fare non necessariamente un passo indietro ma di certo parecchi di lato. Il mio corpo non e’ ferito. Di risse troppe ne ho avute, e quando ti fai male non sei a scrivere su una tastiera due ore dopo.
Sono ferito perche’ quando sono sceso dal motorino non ho saputo trattenere la cieca aggressivita’, lo sbrocco, il machismo che credevo di aver debellato per sempre, e sono ferito perche’ non so trovare una risposta alla domanda piu’ semplice del mondo: che fare? Denuncia? Non denuncia? “Delazione?”
So solo che in un modo o nell’altro da domani dovro’ ricominciare un lavoro su me stesso che forse avevo ritenuto concluso troppo in fretta. Non c’e’ una sola cosa oggi di cui sono fiero, nemmeno l’idea di averlo fatto per mio figlio perche’ potesse tornare a camminare sereno. E so solo che da domani, comunque vadano le cose, non potro’ piu’ uscire di casa leggendo il giornale o parlando al telefono, ma con ansia, guardandomi le spalle e respirando rabbia e frustrazione e inquietanti desideri di vendetta, come vent’anni fa ma con meno compagn*. E ancora piu’ confuso sulle maledette guardie.
Drew
